venerdì 29 maggio 2020

Si può spiare il telefono di qualcuno?



Si può guardare nel telefonino di altri? In quali casi la polizia può sequestrare lo  smartphone? Quando la privacy può essere violata e quando, invece, è reato?


In Italia ci sono circa 43,6 milioni di smartphone: più delle televisioni possedute dalle famiglie italiane. In pratica, ci stiamo avvicinando alla media di un cellulare a persona. Da questo dato è facile comprendere come possa fare gola, non solo ai malintenzionati ma anche alle persone particolarmente curiose, escogitare modi per poter controllare il telefono delle persone. Ma è possibile fare ciò?
Come vedremo, la risposta a questa domanda è positiva; il problema, però, è che una condotta del genere potrebbe costituire reato: come ti spiegherò, solamente l’autorità pubblica, in alcuni casi, può controllare il telefono delle persone, accedendo pertanto a quello che c’è dentro. Il controllo di cui parleremo è dunque finalizzato non a intercettare le telefonate o le conversazioni ambientali, quanto a violare la privacy che copre i contenuti serbati nel dispositivo mobile. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo quando si può controllare il cellulare di qualcuno.

Si può guardare nel cellulare altrui?

Per capire se e quando si può controllare il telefono altrui bisogna innanzitutto capire se è lecito o meno guardare nel cellulare di altri.
Mettiamo il caso che il tuo partner si allontani momentaneamente, lasciando lo smartphone sul tavolo. Puoi sbirciare nella sua rubrica, tra i suoi contatti e nelle sue chat personali? C’è violazione della privacy? Dipende.
Secondo la giurisprudenza, se il controllo sul telefono altrui è fatto dal coniuge (o, per estensione, dal proprio partner), allora non può sussistere una violazione della privacy: questo perché, secondo i giudici [1], la privacy tra coniugi o conviventi subisce delle naturali limitazioni per via della condivisione degli stessi spazi.
Diverso è il caso in cui, per spiare sul telefono di altri, si ricorra a stratagemmi, inganni o sotterfugi: in questo caso potrebbe esserci violazione della privacy e, nelle ipotesi più gravi, potrebbe integrarsi perfino un’ipotesi di reato, nel caso in cui, ad esempio, si faccia ricorso alla violenza o alla forza.
Basti pensare che la Corte di Cassazione [2] ha condannato per rapina uomo che aveva spiato le conversazioni della moglie dopo avergli sottratto con violenza il cellulare.

Violazione privacy: cosa succede?

Nel caso in cui controllare il cellulare altrui costituisca una violazione della privacy, la persona “spiata” potrebbe citarti in tribunale per ottenere il risarcimento dei danni.
La sanzione penale, invece, scatta solamente se la violazione della riservatezza riguardi determinati dati personali e sia fatta con l’intenzione di arrecare un danno o di trarre un vantaggio preciso.

È reato spiare il cellulare altrui?

È senz’altro reato spiare il cellulare altrui installando subdolamente dei programmi (cosiddetti spy-software) che consentono di captare le conversazioni ambientali, registrare le telefonate e compiere operazioni di questo tipo.
In un’evenienza del genere si incorrerebbe nel reato di interferenze illecite nella vita privata altrui [3], punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni.
Secondo la giurisprudenza [4], si ha reato anche se la vittima è informata, da terze persone, della presenza dello spy-software sul proprio dispositivo e, nonostante ciò, continui a telefonare. Impossibile, dunque, parlare di consenso» da parte della vittima.
Riuscire a installare sul telefonino di un’altra persona una cimice capace di intercettare le comunicazioni in entrata e in uscita, è un’azione illegale già di per sé sufficiente per una condanna penale.

Polizia: può controllare il cellulare?

Al di là delle ipotesi di intercettazioni telefoniche, a noi qui interessa sapere se le forze dell’ordine possono ficcare il naso nel telefonino dei cittadini, svelandone chat, sms e ogni altro contenuto riservato.
I carabinieri o la polizia, per poter controllare il cellulare, devono procedere al sequestro dello stesso. Secondo la legge [5], per procedere al sequestro preventivo di una cosa la cui libera disponibilità può essere pericolosa per la pubblica sicurezza occorre che vi sia un provvedimento del giudice.
Nei casi di estrema urgenza, quando non è possibile attendere il decreto del giudice né quello del pubblico ministero, la polizia giudiziaria procede d’ufficio, comunicando entro quarantotto ore l’avvenuto sequestro al p.m. affinché lo convalidi.
Dunque, la polizia potrà procedere al sequestro del telefonino solamente se:
  • è già stata emesso un decreto del giudice che consente alle forze dell’ordine di sequestrare il bene; in questo caso, la polizia sarà tenuta a mostrare il provvedimento;
  • anche senza decreto, v’è particolare urgenza a procedere al sequestro. In questa ipotesi, dopo il sequestro verrà trasmesso il relativo verbale al p.m. affinché lo convalidi.
Pertanto, la polizia potrà sequestrare (e, di conseguenza, controllare) il tuo cellulare solamente se vi siano fondati e urgenti motivi: ad esempio, v’è il sospetto che con quel cellulare potresti chiamare alcuni complici per avvertirli del pericolo oppure per comunicare un’intenzione criminosa.

Note:
[1] Trib. Roma, sent. n. 6432/16.
[2] Cass., sent. n. 2429 del 10 giugno 2016.
[3] Art. 615-bis cod. pen.
[4] Cass., sent. n. 15071 del 05.04.2019.
[5] Art. 321 cod. proc. pen.



venerdì 1 maggio 2020

Brindisi: Microspie e investigazioni a carico dei dipendenti di una azienda senza alcuna autorizzazione, due in manette


BRINDISI- Investigavano piazzando microspie in casa dei dipendenti di una azienda senza alcuna autorizzazione, arrestati. Questa mattina, personale della Divisione Amministrativa e di Sicurezza e della Squadra Mobile ha dato esecuzione a nr. 2 misure coercitive degli arresti domiciliari nei confronti di Antonio Carrozzo, 58 anni, e Angelo D’Alo’, 56 anni, entrambi brindisini.
I provvedimenti cautelari sono stati emessi dal G.I.P. del Tribunale di Brindisi, su richiesta della locale Procura della Repubblica.

Nell’ambito della indagine, inoltre, sono stati indagati ulteriori tre personaggi, due uomini ed una donna, uno sedente a Lametia Terme e gli altri a Brindisi.
Agli arrestati si contesta di aver svolto attività di investigazione, violando il domicilio privato con l’apposizione di microspie, in tal modo minando la privacy delle persone cui l’indagine era diretta, senza essere in possesso delle imprescindibili autorizzazioni di legge.

Infatti, i predetti, in qualità di collaboratori di una agenzia di Affari, sedente a Brindisi, si adoperavano nel materiale svolgimento di indagini che venivano richieste da Aziende, anche del capoluogo, nei confronti di dipendenti di queste ultime, sospettati di assenteismo ingiustificato.
Nonostante la citata Agenzia di Affari non fosse autorizzata allo svolgimento di tale attività, invasiva della sfera privata, le relative fatturazioni e la sottoscrizione dei rapporti di indagine venivano intestati ad un ente di investigazione la cui sede è in Calabria, ubicata a Lametia Terme.
Il quadro probatorio a carico degli arrestati e dei tre indagati è stato raccolto dai poliziotti della Questura in circa un anno di indagine, grazie anche al sequestro di materiale informatico e fotografico.

Sia il D’Alo’ che il Carrozzo sono pregiudicati. Il primo, in passato condannato per truffa, il secondo condannato in Cassazione per concorso in un duplice omicidio avvenuto a Bari nel 1992, quando lo stesso era Sovrintendente della Polizia in servizio alla Questura di Bari.